Relazione del Prof. Cecil Clough

PROF. CECIL CLOUGH

RELAZIONE DI VENERDI’ 03/05/1985 – VICENZA – ACCADEMIA OLIMPICA

LA VERITA’ DIETRO LA NOVELLA DI GIULIETTA E ROMEO

Poco dopo mezzogiorno il 20 giugno 1511 Luigi Da Porto riceve una ferita dalla punta di una lancia nel collo durante una scaramuccia con soldati imperiali sulla riva del fiume Natisone, non molto lontano da Gradisca (GO). Egli aveva una condotta come capitano di cinquanta cavalleggeri della Serenissima Repubblica, e nel marzo del 1510 fu mandato nel Friuli per mantenere la linea contro le truppe imperiali provenienti dall’Austria.
All’inizio del suo servizio militare nel Friuli era a Cividale, poi nel marzo del 1511 venne trasferito a Gradisca (GO). Luigi Da Porto ci informa che attraverso la ferita la lancia penetrò appena la sua pelle, ma a quanto pare toccò la spina dorsale, e delle conseguenze abbiamo una notizia anonima ma contemporanea. Sessant’anni fa il documento si trovava nell’archivio Porto-Colledani nel castello di Tiene, ma quando lo cercai trent’anni fa non era più reperibile, e lo conosco soltanto mediante una trascrizione fatta dall’archivista nel 1926. Questi dice che Luigi “combattendo da valente homo habe da inimici molte ferite (possiamo dire che questo è poesia più che verità), et fu lassato per morto. Et restato tuto strupiato che apena puole andar cum una ferla, et de presenti qui a Venetia (perciò le parole sembrano essere scritte tra il 1511 ed il 1517). Et ogni dì è in corte de palazo, et tuti puono sapere et vedere in che modo fuse trattato, o sia condicionato, per la sua fidelitate et servitù”.
Come ho indicato, abbiamo dettagli della ferita dati da Luigi, e questi si trovano nella sua storia della Lega di Cambrai, un lavoro conosciuto bene come “Le Lettere Storiche”, se vogliamo usare il titolo inventato nell’Ottocento.
Secondo Luigi, subito dopo la ferita egli, privo di sensi, venne portato primamente ad una chiesetta vicino al luogo dell’incidente, poi ad Udine, e da lì a Venezia, dove recuperò sufficientemente da camminare con un bastone, ma rimase paralizzato sul fianco sinistro. Egli soggiornò a Venezia, od a Padova, con diversi membri della sua famiglia fino alla fine della guerra nell’anno 1517, quando ritornò a Vicenza. E qui era nato cinquecento anni fa, probabilmente il 10 agosto 1485. Era il figlio maggiore di Bernardino, Da Porto che sposò in aprile 1484 Elisabetta Savorgnan, della famiglia più potente in Udine, anzi in tutto il Friuli. Già da prima della guerra, giovane di vent’anni Luigi aveva rapporti amichevoli con Pietro Bembo, patrizio veneziano. La conseguenza è che nell’epistolario di Bembo possiamo raccogliere notizie importantissime sulla novella “Giulietta e Romeo”, che come ognuno sa è stata scritta da Luigi, e questa novella è il tema della mia conferenza. Le fonti letterarie utilizzate da Luigi per la novella sono state esaminate dagli studiosi: tra le altre fonti possiamo individuare Ovidio, Dante, i commentatori su Dante, Boccacio, e la novella di Mariotto e Giannozza scritta da Masuccio Salernitano. Però due cose fondamentali restano oscure. Per primo voglio indicare quali testimonianze ci sono per stabilire il testo autorevole della novella, e poi, sulla base di tale testo, si può fare l’indagine, per scoprire per quale motivo la novella sia stata scritta. Questa seconda parte forse apparirà come un libro giallo, e spero che lo svolgimento sia soddisfacente e convincente.
Il testo originale, sia di mano di Luigi Da Porto, sia di quella di un amanuense, non esiste ancora, ed io credo che sia stato distrutto dopo la pubblicazione dell’edizione della novella fatta da Marcolini nell’ottobre del 1539. In ogni caso esiste materiale sufficiente, per una ricostruzione sicura del testo originale. E’ ben noto che la novella fu impressa tre volte a Venezia nel decennio successivo alla morte di Luigi, avvenuta nella sua casa nel quartiere di San Stefano, qui a Vicenza, il 10 maggio 1529. La prima edizione, stampata due volte, non porta il nome dell’autore, ma le due impressioni sono state pubblicate da Benedetto Bendoni. Di queste due impressioni la prima non porta la data di pubblicazione, ma possiamo stabilire che fu stampata circa un anno prima della seconda, datata giugno 1535 nel suo colofono. E’ sicuro che l’impressione senza data è la prima: le prove sono le filigrane della carta, i caratteri usati, ed anche, forse, il fatto che la stampa del 1535 abbia le correzioni a sviste tipografiche che sono nella stampa senza una data. La seconda edizione è quella di Marcolini già menzionata, dove per la prima volta Luigi Da Porto è nominato autore. Una prefazione nomina Bernardino, fratello di Luigi, come raccoglitore del materiale e sembra che la novella sia stata stampata in memoria di Luigi morto dieci anni prima. C’è anche una dedica  a Pietro Bembo, divenuto cardinale nel maggio precedente. E’ da notare che la lingua e lo stile delle frasi di questa edizione in paragone con quella di Bedoni, seguono le regole avanzate da Bembo nelle sue Prose della Volgar Lingua, la seconda edizione della quale era stata pubblicata da Marcolini nel 1538. Non credo che queste modifiche bembiane trovate nel testo di Marcolini siano da attribuire all’autore; invece credo che siano dovute alla volontà di Bernardino di rendere il lavoro più alla moda linguisticamente, e di lusingare il Bembo. Bernardino è stato nominato erede universale di Luigi nel suo testamento, e perciò Bernardino aveva in suo possesso gli scritti del fratello ed il diritto di pubblicarli come pareva a lui. Quindi è probabile, ma non certo, che la stesura originale della novella sia stata mandata direttamente a Marcolini, dove subisce le modifiche, e dopo la pubblicazione sia andata distrutta.
Invece il testo che secondo il mio giudizio rappresenta più fedelmente la stesura originale è quello della edizione di Bendoni. Si tratta, infatti, di un’edizione non autorizzata dal fratello, e che manca del nome dell’autore.
Allora ci si potrebbe chiedere: da dove ottenne il Bendoni il testo che pubblico?
Questo è fondamentale per stabilire il testo più autorevole, e perciò dobbiamo considerare più a fondo questo problema. Dall’epistolario del Bembo sappiamo che il 18 febbraio 1531 egli scrisse a Bernardino, il fratello di Luigi, pregando almeno per la seconda volta di avere “gli scritti” del fratello defunto. Si può indovinare che il Bembo voleva soprattutto le “lettere Storiche”, dato che era occupato con una storia contemporanea di Venezia, avendo poco prima ricevuto l’incarico di storiografo ufficiale della Repubblica. Si sa che certamente il Bembo ottenne le “Lettere Storiche”, perché le utilizza nella sua storia. Non sembra, però, che avesse ricevuto la novella, perché in una risposta datata il 13 marzo ad una lettera ora persa di Agostino Landi, egli scrisse; “La Giulietta io non ho, ne credo Messer Cola Bruno (suo segretario personale) l’abbia”. Landi era figlioccio del Bembo e per anni interi durante il decennio dal 1520 soggiornò con il compare a Padova. Si può pensare che Landi abbia letto la novella quando Luigi la mandò a Bembo, per il suo giudizio letterario probabilmente nel 1524. Certamente il 9 giugno di quell’anno Bembo scrisse a Luigi (deve essere intorno alla “Giulietta”, perché non conosciamo un’altra novella scritta da lui) dicendo; “Alla vostra (lettera) non rispondo altro, che questo, che quando io facessi poca stima delle composizioni di tutti agli altri uomini, il che non fò, e di che Dio mi guardi, sempre ne farei molto delle vostre. Però quando vi piacerà che siano sopra la vostra bella novella, insieme mi profferò di farvi vedere che cosa è”. Basata principalmente su questa lettera (ma c’è altra testimonianza), l’ipotesi è che la Giulietta sia stata scritta prima del giugno 1524, quando era già stata letta dal Bembo. Si può anche concludere che a quel tempo la novella girasse tra gli amici; la circolazione in manoscritto di un’opera letteraria in questo modo era normale all’epoca, e normale in conseguenza era anche la trascrizione clandestina di un’opera. A suo tempo cercherò di dimostrare che la novella è stata scritta verso il 1523; poi sembra molto probabile che una copia sia stata spedita subito dopo la stesura alla sua lontana cugina Lucina Savorgnan.
Quindi ci sono tre possibilità per la fonte della edizione del Bendoni: che possa essere o una copia della stesura originale, fatta quando circolava, o la copia fatta per Lucina, o una copia di questa. E’ certissimo che le trascrizioni della novella in manoscritto erano in giro nella prima metà del Cinquecento, perché due ne esistono ancora.
Non abbiam alcuna informazione sulla provenienza di questi due manoscritti prima dell’Ottocento, ma erano trascritti indipendentemente nella prima metà del Cinquecento, come già detto; non ci sono elementi per precisare quando esattamente. Erano trascritti anche indipendentemente dalla prima edizione di Bendoni, ma hanno un rapporto stretto con quest’ultima. E’ possibile, sarebbe imprudente dire di più, che siano stati copiati o dalla stesura originale, forse quando circolava fra gli amici di Luigi nel 1524, o dalla copia mandata in omaggio a Lucina Savorgnan. Questi manoscritti insieme con il testo di Bendoni nella impressione del 1535, forniscono il materiale più attendibile per una ricostruzione del testo originale. Le cose da notare qui in conseguenza di una tale ricostruzione sono: primo, il linguaggio e lo stile sono precisamente quelli usati da Luigi Da Porto nelle sue “Lettere Storiche”; secondo, i dettagli e commenti personali esistono nella stesura originale, ma mancavano nella edizione pubblicata nel 1539 da Marcolini.
Infatti questa edizione di Marcolini non soltanto raffina la lingua e lo stile, ma anche priva la novella dei suoi elementi personali, che in diversi casi sono espressi con vigorosa passione. Questo spiega perché è stato necessario dare una introduzione ampia intorno al testo. Un elemento personale della stesura originale è la dedica indirizzata a Lucina Savorgnan.
Dalle sue prime parole è ben chiaro che la donna è stata destinata a ricevere in omaggio, o per dirla con la frase dell’epoca, in presentazione, un esemplare della novella. E’ opportuno aggiungere che questa dedica include riferimenti alla vita dell’autore e tali di essere prove conclusive che malgrado l’anonimità della edizione di Bendoni, l’autore non poteva essere altro che Luigi Da Porto. E’ interessante notare anche che i due manoscritti non portano un titolo o il nome dell’autore, e questo spiega perché sono rimasti sconosciuti finora a tutti gli altri studiosi che si sono occupati della novella.
Nella dedica Luigi Da Porto prega Lucina: “leggetela volentieri, sì per lo soggetto che è bellissimo et pieno di pietate mi par che sia, come anco per lo stretto vincolo di consanguinitade, et dolce amistà, che tra la persona vostra, et chi le discrivisse si trova”.Scrisse anche che la la novella sarebbe:
“L’ultimo mio lavoro in questa arte…in voi il mio sciocco poetare finisca. Et che come sete porto di valore, di bellezza, et di leggiadria, così della piccola barchetta del mio ingegno siate; la quale carca di molta ignoranza, d’Amore sospinta, per li meno profondi pelaghi della poesia ha molto solcato, et che ella a voi giungendo, del suo grand’errore accorta, possa ad altri, che con più scienza, et miglior stella nel già detto mare navigano, et temone, et remi, et vela donando, disarmata sicuramente alle vostre rive legarsi”.
La frase è complicata, ma chiaramente c’è una allusione petrarchesca all’amore come a una barca che raggiunge il porto, cioè la donna amata. Sembra, poi, che i riferimenti siano personali con l’allusione alla crudele stella sua di quando ricevette la ferita ed era abbandonato dalla Fortuna, all’epoca iconograficamente rappresentata come una nave con il timone e la vela.
E’ chiaro che l’autore non ha potuto raggiungere il porto: cioè ottenere l’amore della donna amata, che era Lucina stessa. Cercherò di spiegare il significato più tardi.
Per prima cosa bisogna concentrarsi di più su Lucina. Cosa sappiamo di lei? Era a suo tempo una donna “bellissima e leggiadrissima” da quanto si intende da Luigi. Esiste un medaglione di lei, inciso forse per le suenozze nel 1517, dove è rappresentato il profilo della sua faccia e del busto, ma l’unico esemplare che abbiamo è talmente corroso che non possiamo apprezzare la sua bellezza. Nasce verso il 1496, figlia di Giacomo Savorgnan del ramo detto “Del Monte”. Questi era fratello del famoso Girolamo, che aveva un’amicizia stretta con Pietro Bembo quando era giovane, ed è ben conosciuto ora per aver difeso contro le forze imperiali la fortezza dell’Osoppo nel 1511. Giacomo muore al servizio di Venezia nell’assedio di Pisa nel novembre 1498, e la sua vedova Maria tre anni dopo, quando soggiornava nel palazzo familiare sul Canal grande di Venezia, divenne l’amante segreta di Bembo. Quindi si può capire che la novella della Giulietta dedicata a Lucina aveva un significato particolare per il Bembo. Maria sposata probabilmente quindicenne nel 1487, era una figlia di Matteo Griffone di Sant’Angelo in Vado che, dopo il suo servizio a Venezia in qualità di condottiero, era diventato un nobile della città di Crema dove aveva il suo palazzo. Bisogna anche dire che Elisabetta, la madre di Luigi Da Porto, era la sorella di Antonio Savorgnan, del ramo cosidetto “Della Torre”, e che Antonio dominava il Friuli quasi come principe, anche se sotto l’autorità della Repubblica di Venezia. Antonio e Giacomo erano lontani cugini di due rami diversi fra i quali esisteva rivalità. Luigi e Lucina erano cugini, anche secondo il concetto dell’epoca. E’ probabile che si incontrassero per la prima volta nel 1510 quando Luigi fu trasferito dal fronte veronese a Cividale. Si sa che la sera del mercoledì 26 febbraio 1511, durante le feste di Carnevale, un ballo è stato dato da Maria Savorgnan nel palazzo di Udine dove abitava. In questa occasione  Lucina cantò graditissimamente alla compagnia degl’ invitati.
Possiamo supporre che vi sia stato Luigi, come Romeo al ballo per Giulietta; certamente quella sera Luigi si trovava a Udine. Il giorno dopo, la Zobbia Grassa, cominciò nella città una lotta sanguinosa tra la fazione dei seguaci di Antonio Savorgnan e quelli della fazione detta “Della Torre”. Secondo quanto riportato dopo gli avvenimenti, Luigi Da Porto è stato implicato. Si disse che la sua cavalleria leggera finse di essere una truppa imperiale che si preparava ad assaltare Udine; in conseguenza Antonio, lo zio di Luigi, ebbe la giustificazione per distribuire le armi ai suoi partigiani. Si disse anche che Luigi aiutò lo zio a trucidare altri cospiratori ed un testimonio innocente, e che buttò i corpi degli assassinati dentro un pozzo.
Secondo Cergnocco, uno scrittore udinese che favorì la fazione contraria, il risultato è stato la punizione divina per Luigi Da Porto, dato che “a pochi giorni da Todesco ferito fu, per la qual ferita tutta da una banda se perse, in angustia, e dolore, vivendo, quello che da vita li restò”. Non tocca a me giudicare se fu una punizione divina, ma io non credo che Luigi partecipò a questi tristissimi avvenimenti come le dicerie volevano: non fu mai iniziato un processo contro di lui, e sembra che fu mandato ad Udine con la sua cavalleria dal provveditore per pacificare la città. Poi, nel mese seguente, dovette presentarsi in Venezia per dare verbalmente la sua versione degli avvenimenti. Nel caso dello zio, Antonio, non sappiamo la verità, e non è da escludere che sia stato implicato. Superò il processo, ma sapeva che i suoi nemici cercavano di abbatterlo, ed egli aveva paura che la Repubblica stesse preparando nascostamente un altro processo. Nel settembre del 1511 egli fece un accordo con gli imperiali, ed in conseguenza una grande parte del Friuli abbandonò la Repubblica in favore dell’Imperatore. Allo stesso tempo Girolamo Savorgnan, assediato ad Osoppo, lo manteneva ostinatamente per Venezia. Dopo il suo tradimento Antonio si rifugiò in Austria con il suo unico figlio, ma illegittimo, Niccolò, e con i nipoti Francesco e Bernardino, figli del suo fratello defunto, Giovanni, che erano minorenni e sotto la tutela dello zio.
In risposta alla defezione di Antonio, naturalmente il governo della Repubblica veneziana confiscò i suoi beni e ritirò i privilegi concessi a lui e ai suoi nipoti. Assassini furono assoldati segretamente per uccidere Antonio e Niccolò; il primo fu ucciso a Vilach nel maggio del 1512, ed il secondo nello stesso paese sei anni dopo. Così era solito fare il governo della Serenissima per scoraggiare altri oppositori.
Il tradimento di Antonio fu una buona occasione per la fazione rivale capeggiata da Girolamo Savorgnan. Girolamo essendo restato leale a Venezia pian piano ottenne nel territorio del Friuli che restava sotto la Repubblica l’autorità che anteriormente apparteneva ad Antonio. Nell’aprile 1514 Girolamo supplicò il governo veneziano che fossero dati a lui tutti i beni ed i privilegi che avevano avuti Antonio ed i suoi nipoti. Questa supplica fu concessa con la restrizione che “sia dato ad esser sier Hironimo licentia et facultà di praticar di redur queli (Francesco e Bernardino) a la devotion di la Signoria nostra”. Questi nipoti, essendo minorenni nell’anno 1511, al tempo del tradimento dello zio, non potevano essere ritenuti colpevoli delle sue azioni secondo la legge. Difatti il governo veneziano temette che se i nipoti fossero stati esclusi permanentemente dalla loro eredità nel Friuli la rivalità fra le due fazioni opposte sarebbe stata esacerbata.
Prima dell’agosto del 1515, ma non sappiamo precisamente quando, il Luogotenente della repubblica nel Friuli aveva deciso che uno sposalizio sarebbe stata la soluzione migliore per risolvere il problema; egli aveva in mente le nozze tra uno dei nipoti di Antonio in esilio ed una figlia di Girolamo Savorgnan. Intanto Girolamo non aveva fatto alcun tentativo per mettersi in contatto con i due nipoti, egli voleva tenere per se i loro beni e i loro privilegi. Non sorprende che Girolamo si oppose alla proposta di nozze. Quindi il governo veneziano dovette modificare la soluzione, ed è qui, finalmente, che possiamo ritornare alla Lucina ed il testo della “Giulietta e Romeo”. Probabilmente nell’estate del 1517, Francesco, nipote di Antonio, sposò Lucina, nipote di Girolamo, e mediante queste nozze i due rami rivalierano erano uniti, almeno fino ad un certo punto. Francesco Savorgnan e suo fratello ritornarono al territorio veneziano dopo sei anni d’esilio e prestarono il giuramento di lealtà al governo. Ma Girolamo non cedette i loro beni, ed essi li ottennero soltanto il 19 maggio del 1533, qualche anno dopo la morte di Girolamo. Lucina mediante il suo fidanzamento ed il suo sposalizio era diventata una pedina nel gioco del governo veneziano per controllare più sicuramente il Friuli.
E’ ragionevole credere che Luigi Da Porto aveva scelto Lucina per la dedica della sua novella in conseguenza delle circostanze del suo matrimonio, sul quale è molto probabile che fosse molto bene informato, essendo ogni giorno in piazza a Venezia per sentire le novità, come abbiamo visto. Nella novella le tribolazioni dell’amore tra Giuliette e Romeo si sviluppano perchè c’era un odio intenso, complicato da una vendetta, tra le loro due famiglie, precisamente la situazione che esisteva tra le fazioni nominate “Del Monte” e “Della Torre” ad Udine. La morte dei due innamorati, Giulietta e Romeo, risolve il problema della rivalità tra le due famiglie ostili. Fino ad un certo punto le nozze di Lucina con Francesco Savorgnan ha avuto lo stesso esito, ma in una maniera molto meno convincente. Esiste un’altra differenza più importante ancora: da quanto sappiamo Lucina non era innamorata di Francesco, che nel 1511 al momento del suo esilio era un ragazzo di dodici anni mentre lei ne aveva quindici, l’età quando da ragazza era diventata donna.
La novella di Luigi nella stesura originale conclude con una tirata contro le donne del suo tempo, perché mancavano della fedeltà e della costanza fino alla morte del modello, Giulietta. Ecco le parole amare:
“…O fedel pietà che nelle donne anticamente regnavi, ove hora se ita? In qual petto hoggi t’alberghi? Qual donna farebbe al presente come la fedel Giulietta fece sopra il suo amante morto? Quando fiè mai che questa il bel nome dalle più pronte lingue celebrato non sia? Quante ne sariano hora, che non prima l’amante morto veduto harebbono, che di trovarne un altro si hariano pensato, non che elle gli fossero morte al lato. Che s’io veggio, contr’ogni debito di ragione, ogni ben servire obliando, alcune donne quelli amanti, che già più cari hebbeno non morti, ma alquanto della Fortuna percossi abbandonare. Che si dee credere che esse facessero doppo la loro morte? Miseri gli amanti di questa età, gli quali non possono sperare ne per lunga prova di fedel servire, ne la morte per le loro donne acquistando, che elle con esso loro moiano giamai. Anzi certi sono di più oltra a quelle esser cari, senon quando alle loro bisogne gli possono gagliardamente operare.”
Così conclude la novella. Mi sembra che ancora una volta qui, come nella dedica, Luigi si stia riferendo a se setsso. Non potrebbe essere lui con un fianco paralizzato che ha sofferto alquanto dalla Fortuna? E perché viene scelta Lucina per una tale tirata se non perché lei…aveva mancato in qualche modo? L’ipotesi mia è che, o nel 1510, o nella prima metà del 1511, Luigi e Lucina si siano innamorati, forse ad un ballo. A quel tempo, però, la rivalità tra le due fazioni che ciascuno di loro rappresentava rendeva impossibile alcun pensiero delle loro nozze. Sembrerebbe che Luigi Da Porto credesse che la sua ferita e la conseguente paralisi parziale avessero persuaso Lucina ad accettare un altro per marito: cioè Francesco. Doveva essere stato assai amaro per Luigi che le circostanze iniziali (la rivalità fra le due fazioni) che avevano precluso il suo matrimonio con la cugina germana, erano le stesse scelte per ragione di stato per spingere avanti le nozze di Lucina con un altro cugino germano della stessa fazione di Luigi.
Non c’è motivo per affermare che il matrimonio con Francesco da parte di Lucina fu forzato. Lei avrebbe potuto essere ferma come Giulietta di fronte alle proposte di sposare un altro che Romeo. Questo, mi pare, spiega la verità dietro la novella di Giulietta e Romeo e la sua dedica a Lucina.
Per molti aspetti è una tragedia più toccante della stessa novella.